Cose che gli scrittori esordienti (pur vergognandosene) finiscono inesorabilmente per fare

Qualche tempo fa, in un post su Facebook, scrivevo che dopo l’uscita del mio libro ero diventata una persona se non migliore, di certo più felice. Rivedendo questa mia affermazione, carica di sentimenti, con occhio lucido, mi sembra il caso di inserire qualche piccolo corollario. Felice sono felice, per carità. Ma la verità è che il demone dello scrittore esordiente s’è impossessato di me e mi fa fare, o almeno pensare di fare, cose improbabili, che ho sempre considerato anni luce lontane da me. E invece… Invece ecco un rapido elenco delle tentazioni di cui sono ormai quotidianamente vittima, e in cui spesso finisco per cadere.

1) Diventare mostruosamente autoreferenziale. Chi scrive un libro inventa un mondo, è questo il bello della scrittura. Un mondo con case, strade, personaggi, usanze, colori, profumi, abitudini e così via.  Ma questo mondo esiste solo nella testa dell’autore, che immancabilmente finisce per paragonarlo, o addirittura confonderlo, con la realtà.

Credo che a ogni scrittore capiti, davanti a un certo avvenimento, di pensare: «E qui come avrebbe reagito il mio protagonista? E il suo amico, come avrebbe commentato quello che è successo? Deliziosa questa casa, assomiglia in tutto e per tutto a quella della cugina della fidanzata di quello che compare a pagina 82!». Fin qui tutto bene, per carità. Il problema è che lo scrittore esordiente, ancora incapace di distinguere le due realtà, scivola irrimediabilmente fra l’una e l’altra anche quando parla con degli estranei. E così, all’amica che mi chiede «Come stai?», irrimediabilmente rispondo: «No pazzesco, l’hai detto proprio come lo direbbe l’amica della mia protagonista!». «Ti va di andare al cinema?» «No ma incredibile, lo sai che quello che piace alla mia protagonista nel romanzo gestisce un cinema?». «Stasera ci mangiamo una pizza?» «Ma non ci posso credere che me lo stai chiedendo davvero, che coincidenza! Pensa che anche alla mia protagonista piace da morire la pizza!».

Forse qui però è anche colpa mia, ho fatto l’errore di ambientare il mio romanzo in una realtà troppo simile a quella in cui vivo ogni giorno. Insomma, se qualcuno invita George R.R. Martin a mangiare una pizza, lui mica si metterà a pensare a Daenerys Targaryen, no? O forse dipende dal fatto che non è un esordiente. Devo ricordarmi di chiederglielo, quando lo vedo.

(Postilla n. 1: gli scrittori esordienti sono convinti che prima o poi incontreranno tutti i grandi scrittori del mondo e converseranno amabilmente con loro.)

2) Diventare una stalker. Scrivere un libro è una cosa che cambia la vita, o almeno a me l’ha cambiata. Vederlo in libreria è un po’ come vincere i Mondiali, ma con una radicale differenza: se vinci i Mondiali lo sanno tutti, se pubblichi un libro fondamentalmente non ti si caga nessuno. E quindi tu, di buona lena, ti metti in mente di dirlo a tutti. Spulci la tua rubrica telefonica dalla A alla Z, comprese le lettere straniere (“Ma non conoscevo un’Ylenia una volta?”), e inizi pazientemente a mandare messaggi a tutti. Solo che, siccome non vuoi essere una brutta persona, la prendi molto alla larga e intraprendi tutta una patetica scala di «Ma come stai? Mamma quanto tempo! Mi sei venuto in mente proprio ieri perché *inserire scusa a piacere* allora ho pensato di farmi sentire! Vivi ancora a *inserire località a piacere*? E che lavoro fai? Come te la passi? Novità?». Finché il poveretto di turno non cade nella rete e ha la sventurata idea di chiederti, con gentilezza: «E tu?». Lì, finalmente, arriva la stoccata: «Ma sì dai, tutto bene, sempre a Milano, lavoro bene, famiglia bene, salute quattro palle, amore cinque» e poi, tutto d’un fiato: «A proposito non so se te l’ho detto è uscito il mio primo libro, si chiama Il colore dei papaveri, pubblicato da Piemme, c’è una in copertina che non sono io ma mi assomiglia, lo trovi in tutte le librerie che Piemme è una casa editrice seria, la conosci, no? Quella di Geronimo Stilton, ma insomma io ovviamente sono negli adulti anche se non c’è niente di scabroso, cioè se hai figli adolescenti va bene anche per loro, e comunque se non lo trovi puoi ordinarlo che te lo mandano ovunque, e poi» con una pausa, a sottolineare la figaggine della cosa che si sta per dire, «se vuoi c’è anche per Kindle». Il tutto, chiaramente, corredato da una bella foto della copertina via Whatsapp:

Copertina "Il colore dei papaveri"

Quella della foto non sono io non sono io non sono io

Lo stesso, naturalmente, vale per tutti i contatti email, Facebook e chi più ne ha più ne metta. Ex fidanzati, maestre dell’asilo, gente incrociata una volta al mercato o a un concerto… tutto finisce nel diabolico calderone dell’esordiente. Che spesso addirittura  si spinge fino ad affrontare impavido nuovi social network che fino a quel momento ha temuto (Twitter? Instagram? Snapchat? Sticazzi?), nel disperato tentativo di allargare il più possibile il suo “pubblico” e trovare nuova gente da stalkerare con le sue imprese librarie. Con il risultato, spesso altrettanto disperato, di esacerbare quei poveri amici che lo seguono sempre e comunque. Il Ministero della Salute, invece di preoccuparsi del #FertilityDay, dovrebbe indire una nuova campagna: #scrittore #esordiente #stalkera #in #maniera #consapevole (al Ministero della Salute piacciono i #cancelletti, è evidente).

(Postilla n. 2: naturalmente è un puro caso il fatto che io sia tornata a scrivere sul mio blog proprio ora che è uscito il mio romanzo, a un anno di distanza dall’ultimo post.)

3) Valutare le proprie amicizie con occhio nuovo. Sono in molti a paragonare la nascita di un figlio e la pubblicazione di un libro. Io, che ho esperienze solo nel secondo campo, non mi spingo a tanto, ma credo che un piccolo nesso ci sia. Ora, immaginate che un vostro caro amico venga a trovarvi, guardi il vostro bambino appena nato e se ne esca con un: «Beh, non è proprio bellissimo eh… anzi, a dirla tutta è proprio un cesso. Potevi fare di meglio!».  E poi, mentre camminate per strada, un completo sconosciuto vi si avvicina, sbircia nel passeggino ed esclama: «Mamma mia, ma questo è il bambino più bello del mondo! È il più bello che abbia mai visto in vita mia!». Largo alla meschinità: a quale delle due opinioni date più credito? Verso chi dei due, l’amico caro ma stronzo o lo sconosciuto che chicazzoè ma gentile, vi sentite più ben disposti?

Amici di scrittori esordienti, mi permetto di darvi un consiglio: a meno che non abbiate da tessere lodi, tacete il più possibile. Non solo per una faccenda di vanità (che quella c’è, è innegabile, e come tutte le cose dell’ego va ben monitorata), ma perché chi pubblica un libro c’ha messo del suo, e tanto, per cui ogni commento di troppo rischia di essere una pugnalata. A volte ce ne dimentichiamo, ma le parole sono (anche) carne. Se proprio non vi riesce di stare zitti, ripiegate su una bella critica costruttiva, facendo vincere i lati positivi. Ammesso che ce ne siano: in caso contrario, è tutta un’altra storia. Brutta.

(Postilla n. 3: la faccenda, a mio avviso, è double face come quegli orridi maglioni anni ’80 che non mi dite che non li avete mai avuti perché non ci credo. Io ho il terrore che qualcuno smetta di rivolgermi la parola perché il mio libro gli ha fatto schifo, perché ho tradito in un qualche modo le sue aspettative. Più si è vicini, più ci si fa bene e più si corre il rischio di farsi male per delle sciocchezze. È normale – dicono che sia così -, e comunque l’amicizia vera supera anche le cattive recensioni. Tutt’al più si fa finta di niente e si va avanti parlando d’altro. Grazie Brad e Angelina, avete scelto il momento giusto per lasciarvi.)

4) Cercare compulsivamente il proprio nome su internet. Non so cosa speriamo di trovare. Quali sorprese potrebbe riservarci il web oggi? Siamo forse stati inseriti improvvisamente nell’Enciclopedia Treccani fra i capolavori del XXI secolo? Oppure, senza che nessuno ci abbia detto niente, siamo finiti nella cinquina dello Strega? O magari parlano di noi in tutta Italia, siamo diventati delle webstar senza accorgercene?

No beh, questo di solito non succede. Uno si cerca nell’internet e non trova poi granché. Ma ogni recensione, ogni segnalazione, ogni citazione diventa un raggio di luce in grado di far splendere le tue giornate. Anche se, quando va bene, l’unica a darti corda è FragolinaPazza98 che commenta il tuo libro su un sito a caso con un laconico: «E’ fikissimo!!!11!!!1»: è quanto basta a farti felice, a farti vantare con gli amici, a farti pensare che allora forse può esistere un mondo migliore, fatto di gente sgrammaticata ma, in fondo, buona di cuore.

(Postilla n. 4: FragolinaPazza98 grazie di esistere ❤ ❤ ❤ )

5) Mandare affanculo chiunque scriva un commento negativo sul tuo romanzo. Già le critiche sono dure da digerire quando arrivano dagli amici. Se a farle è un illustre sconosciuto, che non sa nulla di te e della fatica che hai fatto, e per di più magari infila 4 refusi in 3 parole, ti sale dentro una violenza che vorresti prendere a morsi lo schermo del computer. (Allego foto del mio per far vedere che son brava a trattenermi.)

Livello zen: massimo

Livello zen: massimo

È che alle volte uno non ci crede, ma i lettori se ne escono con dei commenti che persino a Gandhi verrebbe voglia di sciogliere la posizione del loto per andare a dare due ceffoni a chi li ha scritti. Tipo: «È brutto perché non è come me lo aspettavo». Oppure: «La trama gialla non è sviluppata». O ancora, in tono schifato: «Ma questo libro… fa ridere!». Ma santa pace… ma io l’ho fatto apposta comico, per far ridere! E quando l’ho scritto non avevo idea di cosa tu, FragolinaStronza98, potessi aspettarti! E soprattutto: la trama gialla non è sviluppata perché il libro non è un giallo! Ma ti sembra che io abbia la faccia da gialli? Io, che se scricchiola una porta a 10 km di distanza salto sull’armadio? Io, che se la sera trasmettono un film horror butto la tv fuori dalla finestra per evitare che quelle onde dense di terrore attraversino la mia casa? Io, che per tagliarmi un dito mi basta guardarlo il coltello, senza neanche impugnarlo? Cioè che proprio vi svegliate la mattina con la voglia di dire qualcosa di brutto sul mio libro? Ma non potete fare come tutti i giovani sani della vostra età che vanno al parchetto a drogarsi invece di scrivere recensioni su internet?

(Postilla n. 5: FragolinaStronza98 :/ :/ :/ mavattenaffanculova’)

6) Cercare compulsivamente i propri libri nelle librerie. Se per tutte le voci precedenti concedo ai miei colleghi esordienti il beneficio del dubbio, su questa sono certa: tutti, prima o poi, l’abbiamo fatto. Tutti siamo finiti nelle librerie più assurde del mondo e abbiamo spulciato tutti i titoli fino a trovare il nostro, incontrando peraltro una casistica varia e articolata che ho fatto diventare mia materia di studio. Ecco cosa può succedere:

    • il libro c’è ed è esposto in vetrina (0,2% di probabilità). Reazione dell’esordiente: scoppi a piangere, ringrazi il cielo, strisci in ginocchio fino al libraio e gli chiedi di sposarti.
    • il libro c’è ed è messo di piatto, ben visibile (1,8% di probabilità). Reazione dell’esordiente: esulti come se avessi vinto i Mondiali, scatti mille foto e le mandi a tutti i tuoi contatti e/o le pubblichi su tutti i social di cui disponi (vedi punto 2), poi vai dal libraio e gli chiedi se puoi offrirgli da bere.
    • il libro c’è ed è negli scaffali della narrativa, in ordine alfabetico, messo di costa in mezzo a tutti gli altri (48% di probabilità). Reazione dell’esordiente: sogghigni, ti guardi alle spalle, verifichi che nessuno stia facendo caso a te e taaac!, metti il libro di piatto, con la copertina bella esposta, non sia mai che qualcuno ci caschi.
    • il libro c’è, ma è infilato nel settore sbagliato (19% di probabilità). Reazione dell’esordiente: o lo prendi e lo porti nella collocazione per te idonea, oppure lo lasci dov’è. Ma, in ogni caso, lo metti di piatto.
    • il libro non c’è (19% di probabilità). Reazione dell’esordiente: fai due ore di fila davanti al Punto Informazioni, chiedi notizie del volume (indicando solo il titolo e la casa editrice, che dire il tuo nome come se parlassi in terza persona ti fa ancora un po’ strano), e quando il libraio ti dice che non c’è, fai la faccia tutta contrita tipo: «Cavolo ne avrei comprate almeno venti copie, che peccato! Che sfigati che siete a non averlo!». E quando il libraio volenteroso ti propone: «Vuole ordinarlo?» la tua faccia si increspisce ancora di più e tu riesci appena a sibilare «No, grazie», lasciando intendere: «Adesso vado a comprarlo nella libreria di fianco, non sapete cosa vi siete persi». Sperando, ovviamente, che questa pantomima lo convinca a ordinarne 30 copie da esporre in vetrina l’indomani.

(Postilla n. 6: avanza un 12% di probabilità: quello in cui tu, esordiente, il libro lo cerchi e non lo vedi, vai a chiederlo e scopri che, imbucato chissà dove, c’è. Il libraio te lo porta, solerte e sorridente; te lo lascia fra le mani e ammicca indicandoti la cassa. Tu a quel punto lo sfogli con beatitudine, gironzoli per tutta la libreria fingendoti assorto nella lettura, ridacchi per far vedere che è divertente, cerchi di nasconderti, trovi un angolo buio, metti il libro alla cazzo – ma di piatto – e te ne vai mugugnando un rapido «Grazie arrivederci ciao». Lo dico con cognizione di causa: nella specialità “far figure di merda con i librai” sono ormai medaglia d’oro olimpica.)

Dopo questa piccola confessione, sono costretta a ripensare le mie premesse. Altro che una persona migliore, l’aver pubblicato un libro m’ha resa un mostro, un coagulo di nevrosi e vanità.

Eppure non mi sento di giudicare male me e i miei simili. In fondo noi scrittori esordienti cerchiamo di fare quello che ci insegnano i maestri, cioè cancellare gli aggettivi che appesantiscono il discorso: quando il bollo di “esordienti” se ne andrà e saremo solo scrittori, allora forse sarà tutto più semplice. Una volta mi è capitato di seguire una conferenza di Andrea Camilleri. Fra le tante perle che ha regalato, c’è questa citazione di Arbasino che mi ha particolarmente colpita: «In Italia dai 20 ai 50 anni sei una promessa, dai 50 ai 60 sei un coglione, dai 60 agli 80, se c’arrivi, sei un venerabile maestro».

Beh, io ne ho appena 36 e non so se sono una vera scrittrice, ma di certo, e non faccio per vantarmi, sono già parecchio cogliona. Direi che ci sono buone speranze per il futuro.

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Informazioni su Manu

Romagnola (molto romagnola), ho vissuto dodici anni a Milano e, da gennaio 2017, mi sono trasferita a Berlino – anche se, come giustamente mi fanno notare, non ho mai passato tanto tempo in Italia come ora che sto in Germania. Comunque. Dal 2004 lavoro nel settore dell’editoria, con varie mansioni. Mi occupo di correzione bozze, editing, assistenza agli autori, progettazione volumi e collane, ghostwriting. Sono autrice (ho scritto, fra l’altro, di libri, cinema, TV, sport, cucina) ed enigmista (creo giochi per bambini-bambini e bambini-quelli grandi). A marzo 2016 è uscito il mio primo romanzo, Il colore dei papaveri, per i tipi di Piemme. Attualmente sto facendo del mio meglio per far sì che non sia anche l’ultimo.
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4 risposte a Cose che gli scrittori esordienti (pur vergognandosene) finiscono inesorabilmente per fare

  1. Maira ha detto:

    🔝🔝🔝
    Sei la meglio!!!
    Grazie perché è sempre meraviglioso leggerti…ormai da quasi 20 anni!!!

  2. Elisa Federici ha detto:

    Ah ah ah!!! Concordo con la tua fan nr.1! È un piacere leggerti! Complimenti! 👏👏

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