E voi, che ne pensate?

C’è una cosa che a me dispiace veramente tanto dire, perché in fin dei conti è proprio la scoperta dell’acqua calda; eppure ce l’ho qui piantata in gola e ho la sensazione che, se non ne parlo, va a finire che mi strozzo. La dico:

Quando la pagina Facebook di un giornale pubblica un post con un link a un articolo e scrive: «E voi, che ne pensate?», è un trappolone grande come una casa: in realtà non gliene può fregare di meno a nessuno di quello che pensate.

Ecco, l’ho detta. Adesso sto meglio. Senti anche il cuore, come batte più piano. Fiù.

Quello che voglio dire è che le pagine Facebook dei giornali (e non solo) chiedono il pensiero dei lettori per un’unica ragione: più commenti ci sono sotto il post, più si allarga il bacino di pubblico. Questo rende più probabile l’eventualità che qualcuno abbia voglia di andare a leggere l’articolo direttamente sul sito della testata (che guadagna soldi tramite i banner pubblicitari) o addirittura, con uno slancio inconsulto, di andare in edicola a comprare l’edizione cartacea. Tutto qui.

Il punto è che la nostra opinione è richiesta solo in quanto e fino a quando si può in un qualche modo monetizzare. Ma i social utilizzano un linguaggio diverso da quello a cui siamo abituati. Se vado al ristorante e il cameriere mi propone: «Vuoi la pasta al pomodoro?», io posso rispondere: «No grazie, preferisco quella al ragù» e stare certa che mi porterà quello che gli ho chiesto. Se invece è una pagina Facebook a propormi una pasta al pomodoro e io commento: «Non mi piace, mi porti quella al ragù?», con ogni probabilità mi arriveranno non uno ma due piatti di pasta al pomodoro.
Il giornalismo sui social network funziona un po’ come i cani: quando fanno qualcosa di sbagliato non bisogna sgridarli (perché è comunque un modo per dare loro quello che vogliono, ovvero attenzione), bensì ignorarli.

Non è un caso se il «che ne pensate?» salta fuori per gli argomenti più scottanti, quelli che parlano alla pancia dei lettori, quelli per cui ci si scanna: vaccini, immigrazione, matrimoni gay, Trump e da ieri pure Gigio Donnarumma (che non è un misto fra la pasta Rummo e il vino Donnafugata, come molti pensano, bensì l’ormai ex portiere del Milan).
E non è neanche un caso se le notizie che più generano reazioni controverse vengono ripubblicate decine di volte. Ogni volta che qualcuno commenta: «Che palle, ancora questa storia, non avete altro da dire?» oppure: «Perché invece di pubblicare queste str***ate non parlate di [inserire argomento a piacere; quelli proposti di default dalla tastiera sono la Boschi e Banca Etruria o gli italiani che non arrivano a fine mese, ma si può spaziare]?» sta facendo precisamente il gioco del giornale, che si sentirà incentivato a ripubblicare l’articolo per l’ennesima volta perché ha raggiunto in pieno il suo obiettivo: ottenere tante visualizzazioni e commenti, allargare il bacino d’utenza, ecc.
Purtroppo (e lo dico con tristezza, perché è un’idea veramente carina) anche coloro che tentano di contrastare notizie frivole (un classico: la proposta di matrimonio di Fedez a Chiara Ferragni) commentando con ricette o voci enciclopediche sortiscono di fatto lo stesso effetto. Però sono più simpatici, questo va detto.

D’altro canto, il lavoro dei social media manager consiste appunto nel comunicare un prodotto (in questo caso un giornale, ma se si trattasse di scarpe sarebbe uguale) per far sì che più persone lo comprino. È marketing: un lavoro che alcuni fanno, con tanto di formazione, perché vengono pagati (non granché, a dirla tutta) e non perché non sanno come impiegare il tempo libero. E c’è chi lo fa divinamente, tipo la Ceres: io so bene che quella birra non mi piace, ma i suoi social media manager sono talmente in gamba che ogni tanto mi viene voglia di comprarne una e riprovarci. Poi la bevo e mi accorgo che davvero non mi piace, e ci sto male perché penso che ‘sti ragazzi si meriterebbero di più.
(Anche quelli della Taffo G&C Onoranze Funebri sono bravissimi, ma spero che nessuno se la prenda se dico che non ho particolare voglia, né tanto meno fretta, di sperimentare i loro prodotti.)

Ecco, anche il fatto che esistano queste figure professionali mi sembra ancora una cosa sconosciuta ai più. Ho l’impressione che alcune persone immaginino che a leggere il loro commento ci sia tutto il consiglio d’amministrazione di Repubblica, Il Corriere, La Stampa e chi più ne ha più ne metta.  Per esempio: Repubblica pubblica un articolo in cui parla di un nero musulmano gay, rigorosamente venuto in Italia già con l’iPhone e i vestiti firmati, che oltre a prendere i famosi 35 euro al giorno diventa tipo sindaco e obbliga tutti i suoi cittadini a vaccinare i loro figli (tanto per radunare il maggior numero possibile di stereotipi in un’unica frase). Se qualcuno sotto l’articolo scrive: «È uno schifo, prima gli italiani!», non è che poi la sera Mario Calabresi lo legge e pensa: “Ah però, questo ha ragione, da domani cambio la linea editoriale del quotidiano e faccio come dice lui che mi sembra uno bravo”. Davvero, non funziona così.

Io sono mossa da particolare tenerezza nei confronti dei social media manager (di alcuni: altri li prenderei a ceffoni, ma è un problema mio) perché in qualche occasione mi sono trovata a ricoprire questo ruolo. L’ho fatto, insieme ad alcuni colleghi, per pagine Facebook dedicate a eventi culturali, quindi in un certo senso mi sentivo al riparo dai commenti più bellicosi. Non dovevo neanche cercare di vendere un prodotto specifico, ma solo promuovere un’iniziativa, senza soldi né marchi né altre complicazioni. Ed ero convinta, allora, che gli amanti dei libri fossero tipo tutti figli dei fiori, peace&love, ti voglio bene sorella. Mi sbagliavo parecchio: un giorno sì e uno no ci arrivavano insulti (ma perché?), minacce di denunce (addirittura?) e messaggi illuminanti tipo: «Con quello che costano i libri, per forza che la gente non legge! Abbassate i prezzi invece di fare queste campagne del c****!» (è un’idea fantastica, non c’aveva mai pensato nessuno prima. Aspetta che cerco sulla scrivania il tasto “dimezza automaticamente il prezzo di tutti i libri venduti in Italia” e lo pigio all’istante). Per dire che i social media manager di Repubblica non li invidio, proprio per niente.

Anche noi sulle nostre pagine usavamo vari trucchetti – vecchi come il mondo, ma ancora oggi molto di moda per coloro che trattano di libri, a quanto vedo. Il migliore di tutti, poca spesa tanta resa, era quello di scrivere, la sera prima di chiudere il computer e staccare dal lavoro: «E voi che cosa state leggendo adesso?» (che è un po’ la variante colta del «Che ne pensate?», me ne rendo conto). La mattina dopo, senza aver fatto alcuna fatica, ti trovavi davanti a una marea di like, commenti, nuovi follower, e la pagina degli Insights tutta piena di freccine verdi gloriosamente puntate verso l’altro.
(Per contro, a volte impiegavo due ore a scrivere post bellissimi, cercare citazioni rare, segnalare eventi splendidi… e niente, 2 like di cui uno di mia mamma. «Che cosa state leggendo ora?», 3000 like. Io boh.)

Altre volte azzardavamo anche delle domande meno banali, ma comunque di buona presa. Ricordo una «Cosa usate come segnalibro?» di particolare successo, anche perché fra i commenti si scatenò una lite fra quelli che fanno le orecchie alle pagine e quelli che invece «ma siete delle bestie, piuttosto usate il biglietto dell’autobus, Cristo!». Molto carino.
Un’altra volta invece, in piena crisi di ispirazione, lanciammo a caso un’esca sugli usi “alternativi” dei libri, e non andò male: venne fuori che c’è chi li mette sotto le gambe dei tavoli che traballano (davvero!), chi nei cassetti perché il loro peso stira le magliette, chi nelle porte o finestre per tenerle aperte… Poi un ragazzo scrisse che metteva sempre un paio di libri dietro il collo o sotto la schiena per fare non so quale posizione yoga. Qualche ora più tardi, una ragazza gli rispose dicendo: «Ma dai? Pensavo di essere l’unica a farlo!». Si scambiarono un paio di battute sulla pagina e poi sparirono.
E io da allora, saranno passati più di cinque anni, continuo a pensare a questi due pazzi e me li immagino insieme, felici, a fare asana yoga improbabili con i libri dietro il collo, mano nella mano.

Quello che volevo dire alla fine è tutto qui: se passate le giornate a scrivere cattiverie sul web, è facile che nessuno vi badi più di tanto. Se invece vi lasciate dietro una scia di tenerezza e follia, fra cinque anni potrebbe ancora esserci un qualche social media manager sentimentalone che vi ricorda con affetto – e oltrettutto magari riuscite pure a broccolare. Vedete voi.

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Cose che gli scrittori esordienti (pur vergognandosene) finiscono inesorabilmente per fare

Qualche tempo fa, in un post su Facebook, scrivevo che dopo l’uscita del mio libro ero diventata una persona se non migliore, di certo più felice. Rivedendo questa mia affermazione, carica di sentimenti, con occhio lucido, mi sembra il caso di inserire qualche piccolo corollario. Felice sono felice, per carità. Ma la verità è che il demone dello scrittore esordiente s’è impossessato di me e mi fa fare, o almeno pensare di fare, cose improbabili, che ho sempre considerato anni luce lontane da me. E invece… Invece ecco un rapido elenco delle tentazioni di cui sono ormai quotidianamente vittima, e in cui spesso finisco per cadere.

1) Diventare mostruosamente autoreferenziale. Chi scrive un libro inventa un mondo, è questo il bello della scrittura. Un mondo con case, strade, personaggi, usanze, colori, profumi, abitudini e così via.  Ma questo mondo esiste solo nella testa dell’autore, che immancabilmente finisce per paragonarlo, o addirittura confonderlo, con la realtà.

Credo che a ogni scrittore capiti, davanti a un certo avvenimento, di pensare: «E qui come avrebbe reagito il mio protagonista? E il suo amico, come avrebbe commentato quello che è successo? Deliziosa questa casa, assomiglia in tutto e per tutto a quella della cugina della fidanzata di quello che compare a pagina 82!». Fin qui tutto bene, per carità. Il problema è che lo scrittore esordiente, ancora incapace di distinguere le due realtà, scivola irrimediabilmente fra l’una e l’altra anche quando parla con degli estranei. E così, all’amica che mi chiede «Come stai?», irrimediabilmente rispondo: «No pazzesco, l’hai detto proprio come lo direbbe l’amica della mia protagonista!». «Ti va di andare al cinema?» «No ma incredibile, lo sai che quello che piace alla mia protagonista nel romanzo gestisce un cinema?». «Stasera ci mangiamo una pizza?» «Ma non ci posso credere che me lo stai chiedendo davvero, che coincidenza! Pensa che anche alla mia protagonista piace da morire la pizza!».

Forse qui però è anche colpa mia, ho fatto l’errore di ambientare il mio romanzo in una realtà troppo simile a quella in cui vivo ogni giorno. Insomma, se qualcuno invita George R.R. Martin a mangiare una pizza, lui mica si metterà a pensare a Daenerys Targaryen, no? O forse dipende dal fatto che non è un esordiente. Devo ricordarmi di chiederglielo, quando lo vedo.

(Postilla n. 1: gli scrittori esordienti sono convinti che prima o poi incontreranno tutti i grandi scrittori del mondo e converseranno amabilmente con loro.)

2) Diventare una stalker. Scrivere un libro è una cosa che cambia la vita, o almeno a me l’ha cambiata. Vederlo in libreria è un po’ come vincere i Mondiali, ma con una radicale differenza: se vinci i Mondiali lo sanno tutti, se pubblichi un libro fondamentalmente non ti si caga nessuno. E quindi tu, di buona lena, ti metti in mente di dirlo a tutti. Spulci la tua rubrica telefonica dalla A alla Z, comprese le lettere straniere (“Ma non conoscevo un’Ylenia una volta?”), e inizi pazientemente a mandare messaggi a tutti. Solo che, siccome non vuoi essere una brutta persona, la prendi molto alla larga e intraprendi tutta una patetica scala di «Ma come stai? Mamma quanto tempo! Mi sei venuto in mente proprio ieri perché *inserire scusa a piacere* allora ho pensato di farmi sentire! Vivi ancora a *inserire località a piacere*? E che lavoro fai? Come te la passi? Novità?». Finché il poveretto di turno non cade nella rete e ha la sventurata idea di chiederti, con gentilezza: «E tu?». Lì, finalmente, arriva la stoccata: «Ma sì dai, tutto bene, sempre a Milano, lavoro bene, famiglia bene, salute quattro palle, amore cinque» e poi, tutto d’un fiato: «A proposito non so se te l’ho detto è uscito il mio primo libro, si chiama Il colore dei papaveri, pubblicato da Piemme, c’è una in copertina che non sono io ma mi assomiglia, lo trovi in tutte le librerie che Piemme è una casa editrice seria, la conosci, no? Quella di Geronimo Stilton, ma insomma io ovviamente sono negli adulti anche se non c’è niente di scabroso, cioè se hai figli adolescenti va bene anche per loro, e comunque se non lo trovi puoi ordinarlo che te lo mandano ovunque, e poi» con una pausa, a sottolineare la figaggine della cosa che si sta per dire, «se vuoi c’è anche per Kindle». Il tutto, chiaramente, corredato da una bella foto della copertina via Whatsapp:

Copertina "Il colore dei papaveri"

Quella della foto non sono io non sono io non sono io

Lo stesso, naturalmente, vale per tutti i contatti email, Facebook e chi più ne ha più ne metta. Ex fidanzati, maestre dell’asilo, gente incrociata una volta al mercato o a un concerto… tutto finisce nel diabolico calderone dell’esordiente. Che spesso addirittura  si spinge fino ad affrontare impavido nuovi social network che fino a quel momento ha temuto (Twitter? Instagram? Snapchat? Sticazzi?), nel disperato tentativo di allargare il più possibile il suo “pubblico” e trovare nuova gente da stalkerare con le sue imprese librarie. Con il risultato, spesso altrettanto disperato, di esacerbare quei poveri amici che lo seguono sempre e comunque. Il Ministero della Salute, invece di preoccuparsi del #FertilityDay, dovrebbe indire una nuova campagna: #scrittore #esordiente #stalkera #in #maniera #consapevole (al Ministero della Salute piacciono i #cancelletti, è evidente).

(Postilla n. 2: naturalmente è un puro caso il fatto che io sia tornata a scrivere sul mio blog proprio ora che è uscito il mio romanzo, a un anno di distanza dall’ultimo post.)

3) Valutare le proprie amicizie con occhio nuovo. Sono in molti a paragonare la nascita di un figlio e la pubblicazione di un libro. Io, che ho esperienze solo nel secondo campo, non mi spingo a tanto, ma credo che un piccolo nesso ci sia. Ora, immaginate che un vostro caro amico venga a trovarvi, guardi il vostro bambino appena nato e se ne esca con un: «Beh, non è proprio bellissimo eh… anzi, a dirla tutta è proprio un cesso. Potevi fare di meglio!».  E poi, mentre camminate per strada, un completo sconosciuto vi si avvicina, sbircia nel passeggino ed esclama: «Mamma mia, ma questo è il bambino più bello del mondo! È il più bello che abbia mai visto in vita mia!». Largo alla meschinità: a quale delle due opinioni date più credito? Verso chi dei due, l’amico caro ma stronzo o lo sconosciuto che chicazzoè ma gentile, vi sentite più ben disposti?

Amici di scrittori esordienti, mi permetto di darvi un consiglio: a meno che non abbiate da tessere lodi, tacete il più possibile. Non solo per una faccenda di vanità (che quella c’è, è innegabile, e come tutte le cose dell’ego va ben monitorata), ma perché chi pubblica un libro c’ha messo del suo, e tanto, per cui ogni commento di troppo rischia di essere una pugnalata. A volte ce ne dimentichiamo, ma le parole sono (anche) carne. Se proprio non vi riesce di stare zitti, ripiegate su una bella critica costruttiva, facendo vincere i lati positivi. Ammesso che ce ne siano: in caso contrario, è tutta un’altra storia. Brutta.

(Postilla n. 3: la faccenda, a mio avviso, è double face come quegli orridi maglioni anni ’80 che non mi dite che non li avete mai avuti perché non ci credo. Io ho il terrore che qualcuno smetta di rivolgermi la parola perché il mio libro gli ha fatto schifo, perché ho tradito in un qualche modo le sue aspettative. Più si è vicini, più ci si fa bene e più si corre il rischio di farsi male per delle sciocchezze. È normale – dicono che sia così -, e comunque l’amicizia vera supera anche le cattive recensioni. Tutt’al più si fa finta di niente e si va avanti parlando d’altro. Grazie Brad e Angelina, avete scelto il momento giusto per lasciarvi.)

4) Cercare compulsivamente il proprio nome su internet. Non so cosa speriamo di trovare. Quali sorprese potrebbe riservarci il web oggi? Siamo forse stati inseriti improvvisamente nell’Enciclopedia Treccani fra i capolavori del XXI secolo? Oppure, senza che nessuno ci abbia detto niente, siamo finiti nella cinquina dello Strega? O magari parlano di noi in tutta Italia, siamo diventati delle webstar senza accorgercene?

No beh, questo di solito non succede. Uno si cerca nell’internet e non trova poi granché. Ma ogni recensione, ogni segnalazione, ogni citazione diventa un raggio di luce in grado di far splendere le tue giornate. Anche se, quando va bene, l’unica a darti corda è FragolinaPazza98 che commenta il tuo libro su un sito a caso con un laconico: «E’ fikissimo!!!11!!!1»: è quanto basta a farti felice, a farti vantare con gli amici, a farti pensare che allora forse può esistere un mondo migliore, fatto di gente sgrammaticata ma, in fondo, buona di cuore.

(Postilla n. 4: FragolinaPazza98 grazie di esistere ❤ ❤ ❤ )

5) Mandare affanculo chiunque scriva un commento negativo sul tuo romanzo. Già le critiche sono dure da digerire quando arrivano dagli amici. Se a farle è un illustre sconosciuto, che non sa nulla di te e della fatica che hai fatto, e per di più magari infila 4 refusi in 3 parole, ti sale dentro una violenza che vorresti prendere a morsi lo schermo del computer. (Allego foto del mio per far vedere che son brava a trattenermi.)

Livello zen: massimo

Livello zen: massimo

È che alle volte uno non ci crede, ma i lettori se ne escono con dei commenti che persino a Gandhi verrebbe voglia di sciogliere la posizione del loto per andare a dare due ceffoni a chi li ha scritti. Tipo: «È brutto perché non è come me lo aspettavo». Oppure: «La trama gialla non è sviluppata». O ancora, in tono schifato: «Ma questo libro… fa ridere!». Ma santa pace… ma io l’ho fatto apposta comico, per far ridere! E quando l’ho scritto non avevo idea di cosa tu, FragolinaStronza98, potessi aspettarti! E soprattutto: la trama gialla non è sviluppata perché il libro non è un giallo! Ma ti sembra che io abbia la faccia da gialli? Io, che se scricchiola una porta a 10 km di distanza salto sull’armadio? Io, che se la sera trasmettono un film horror butto la tv fuori dalla finestra per evitare che quelle onde dense di terrore attraversino la mia casa? Io, che per tagliarmi un dito mi basta guardarlo il coltello, senza neanche impugnarlo? Cioè che proprio vi svegliate la mattina con la voglia di dire qualcosa di brutto sul mio libro? Ma non potete fare come tutti i giovani sani della vostra età che vanno al parchetto a drogarsi invece di scrivere recensioni su internet?

(Postilla n. 5: FragolinaStronza98 :/ :/ :/ mavattenaffanculova’)

6) Cercare compulsivamente i propri libri nelle librerie. Se per tutte le voci precedenti concedo ai miei colleghi esordienti il beneficio del dubbio, su questa sono certa: tutti, prima o poi, l’abbiamo fatto. Tutti siamo finiti nelle librerie più assurde del mondo e abbiamo spulciato tutti i titoli fino a trovare il nostro, incontrando peraltro una casistica varia e articolata che ho fatto diventare mia materia di studio. Ecco cosa può succedere:

    • il libro c’è ed è esposto in vetrina (0,2% di probabilità). Reazione dell’esordiente: scoppi a piangere, ringrazi il cielo, strisci in ginocchio fino al libraio e gli chiedi di sposarti.
    • il libro c’è ed è messo di piatto, ben visibile (1,8% di probabilità). Reazione dell’esordiente: esulti come se avessi vinto i Mondiali, scatti mille foto e le mandi a tutti i tuoi contatti e/o le pubblichi su tutti i social di cui disponi (vedi punto 2), poi vai dal libraio e gli chiedi se puoi offrirgli da bere.
    • il libro c’è ed è negli scaffali della narrativa, in ordine alfabetico, messo di costa in mezzo a tutti gli altri (48% di probabilità). Reazione dell’esordiente: sogghigni, ti guardi alle spalle, verifichi che nessuno stia facendo caso a te e taaac!, metti il libro di piatto, con la copertina bella esposta, non sia mai che qualcuno ci caschi.
    • il libro c’è, ma è infilato nel settore sbagliato (19% di probabilità). Reazione dell’esordiente: o lo prendi e lo porti nella collocazione per te idonea, oppure lo lasci dov’è. Ma, in ogni caso, lo metti di piatto.
    • il libro non c’è (19% di probabilità). Reazione dell’esordiente: fai due ore di fila davanti al Punto Informazioni, chiedi notizie del volume (indicando solo il titolo e la casa editrice, che dire il tuo nome come se parlassi in terza persona ti fa ancora un po’ strano), e quando il libraio ti dice che non c’è, fai la faccia tutta contrita tipo: «Cavolo ne avrei comprate almeno venti copie, che peccato! Che sfigati che siete a non averlo!». E quando il libraio volenteroso ti propone: «Vuole ordinarlo?» la tua faccia si increspisce ancora di più e tu riesci appena a sibilare «No, grazie», lasciando intendere: «Adesso vado a comprarlo nella libreria di fianco, non sapete cosa vi siete persi». Sperando, ovviamente, che questa pantomima lo convinca a ordinarne 30 copie da esporre in vetrina l’indomani.

(Postilla n. 6: avanza un 12% di probabilità: quello in cui tu, esordiente, il libro lo cerchi e non lo vedi, vai a chiederlo e scopri che, imbucato chissà dove, c’è. Il libraio te lo porta, solerte e sorridente; te lo lascia fra le mani e ammicca indicandoti la cassa. Tu a quel punto lo sfogli con beatitudine, gironzoli per tutta la libreria fingendoti assorto nella lettura, ridacchi per far vedere che è divertente, cerchi di nasconderti, trovi un angolo buio, metti il libro alla cazzo – ma di piatto – e te ne vai mugugnando un rapido «Grazie arrivederci ciao». Lo dico con cognizione di causa: nella specialità “far figure di merda con i librai” sono ormai medaglia d’oro olimpica.)

Dopo questa piccola confessione, sono costretta a ripensare le mie premesse. Altro che una persona migliore, l’aver pubblicato un libro m’ha resa un mostro, un coagulo di nevrosi e vanità.

Eppure non mi sento di giudicare male me e i miei simili. In fondo noi scrittori esordienti cerchiamo di fare quello che ci insegnano i maestri, cioè cancellare gli aggettivi che appesantiscono il discorso: quando il bollo di “esordienti” se ne andrà e saremo solo scrittori, allora forse sarà tutto più semplice. Una volta mi è capitato di seguire una conferenza di Andrea Camilleri. Fra le tante perle che ha regalato, c’è questa citazione di Arbasino che mi ha particolarmente colpita: «In Italia dai 20 ai 50 anni sei una promessa, dai 50 ai 60 sei un coglione, dai 60 agli 80, se c’arrivi, sei un venerabile maestro».

Beh, io ne ho appena 36 e non so se sono una vera scrittrice, ma di certo, e non faccio per vantarmi, sono già parecchio cogliona. Direi che ci sono buone speranze per il futuro.

Digressione | Pubblicato il di | 4 commenti

Il post dei buoni propositi

Non so voi, ma io ogni tanto mi ritrovo a guardare la mia vita e non è che ci capisca granché. Per dire, mi sento un po’ come lui:

the-connoiseur-1962Per di più, assurdo ma innegabile, devo ammettere che sto invecchiando: me ne sono accorta perché mi cadono le tette, ma soprattutto perché mi cadono le palle con molta maggiore frequenza e intensità che in passato.

Il tempo che passa e il modo in cui io voglio passare il mio tempo sono temi che di tanto in tanto, durante l’anno, mi si ripropongono, come una peperonata mangiata a tarda sera. In altri momenti riesco a cavarmela alla grande, ma in questo particolare periodo, con l’estate che volge al termine, le vacanze ormai finite e la scuola che sta per ricominciare (fa niente se la scuola l’ho finita ormai da 12 anni)… non c’è verso di sfuggire. È arrivato, anche per me, il momento dei buoni propositi.

Il problema è che io ne faccio tanti, dove “tanti” vuol dire “troppi”. Non ce n’è uno che c’azzecchi qualcosa con l’altro, e se per caso c’azzecca è solo per dar vita a una furiosa contraddizione. Così per sfizio, e senza forzature, provo a elencarli: sono certa che, scrivendoli, all’improvviso mi apparirà tutto più chiaro.

Voglio leggere tanto, tantissimo. Devo leggere tanto: è essenziale per il mio lavoro (e anche per la mia salute). Devo leggere almeno un’ora al giorno. D’ora in poi la mattina mi alzo e come prima cosa, mentre prendo il caffè, mi metto a leggere, e solo dopo che sono passati sessanta minuti inizio a lavorare.
Aspetta, però. La mattina c’è lo sport. A me piace fare sport alla mattina. Allora facciamo così: mi alzo, prendo un caffè al volo, faccio sport, torno a casa, faccio la doccia, metto su il secondo caffè e leggo per un’ora.
Aspetta, però. In questo modo inizio a lavorare a mezzogiorno, e io mica posso permettermelo. Allora bisogna che mi alzi prima alla mattina. Alle sette, magari anche alle sei. Caffè, sport, doccia, leggo, lavoro. Ecco la soluzione: voglio iniziare a svegliarmi presto la mattina. Voglio vedere l’alba quando sorge e iniziare così la mia giornata.
Anzi no. Voglio stare sveglia tutta la notte, tutte le notti. Andare in giro, scrivere, ballare canzoni sceme, incontrare persone nuove, pedalare per ore e ore per la città, spenta e addormentata. Voglio infilarmi nei bar moldavi, parlare con le bariste e con i clienti, farmi raccontare tutte le loro storie, bere con loro fino alle tre, alle quattro. Voglio vedere l’alba quando sorge e finire così la mia nottata.
Sì, però poi col cazzo che mi sveglio alle sei e faccio sport.
Vabbè, questa questione dell’alba poi la risolvo, passiamo ad altro.

Voglio andare al cinema. Ormai non mi capita più. Invece voglio andarci tanto, tantissimo. Devo vedere tanti film: è essenziale per il mio lavoro (e anche per la mia salute). Devo vederne almeno quattro a settimana. Aspetta, però. C’è anche il teatro. A me piace andare a teatro. Voglio andarci almeno quattro sere a settimana.
Ma come la mettiamo con il fatto che le sere a settimana sono solo sette?
Idea: vado al cinema di pomeriggio! Questa sì che è una trovata geniale! Vado di pomeriggio, che i biglietti costano anche meno. Allora faccio così: mi sveglio alle sei, caffè, sport, doccia, un’ora di lettura, lavoro, cinema pomeridiano, teatro, giro in bici, bar dei moldavi, alba, sonno, altra alba (che poi è la stessa di prima, a ben vedere) e si ricomincia. Funziona perfettamente.

Voglio passare delle sere a casa, sul divano, a guardare la tv. Devo guardare la tv: è essenziale per il mio lavoro (ma non per la mia salute). Voglio starmene rilassata & stravaccata a vedere cosa passa il digitale terrestre. O magari mi faccio Sky. Sky Cinema, sicuro. Ma anche Sky Sport. Sky Calcio. Sky Famiglia, che ci sono i documentari e quelli fanno cultura, dai. Sky Primafila, che non ho capito cosa sia, ma se è prima fila sarà figo.
Certo, la Champions ora la passa Mediaset Premium. Vabbè, al limite mi faccio anche quello, tanto ci sono le offerte.
Ora devo solo risolvere il problema che non ho né un divano né una tv e poi è fatta.

I social. Devo lavorare sul mio approccio verso i social network. Ora rispolvero il mio profilo Twitter, Pinterest, Instagram e inizio a postare come una pazza. Devo solo capire cosa. Anche su Facebook dovrei cercare di essere un po’ più attiva. Per non parlare di questo blog. Basta: da ora in poi, dedico un’ora delle mie giornate ai social.
Aspetta, però. Ci sarebbe anche il fatto che ha ragione Eco, che il web dà diritto di parola a milioni di imbecilli, ed è facile finirci dentro. Allora mi tolgo da tutto: via, via, via. Niente Facebook, né Twitter, né tutte le altre robe. Sparisco dal digitale, esisto solo nella vita vera. Solo che non so se riesco ancora a capire la distinzione.
Ma poi come faccio, quando esce il mio romanzo, a occuparmi della mia fanpage? Vabbè, per ora resto. O forse no? Mi si nota di più se sono online e sto un po’ in disparte o se sono offline?

Voglio dormire tantissimo. Almeno otto ore per notte. Il sonno è importante, lo dicono i giornali. Se dormo bene, poi le altre ore sono mille volte più efficente. Leggo, corro, lavoro, cinema, teatro, hop hop hop! Riesco a fare tutto nella metà del tempo. Se dormo tanto, anche un film di quattro ore me lo vedo in trenta minuti, sicuro.

E poi anche questo concetto dello sport andrebbe chiarito. Voglio fare palestra, che quella fa bene per tutto. E nuoto, che va ancora meglio. E bici, che mi piace troppo. E tennis. Come si fa a vivere senza tennis? Non si può. Tennis sicuro. E poi voglio riprendere in mano il discorso del calcetto, che prima ero una scarsa impratichita e riuscivo a fare la mia bella figura, ma da quando m’è esploso il ginocchio son tornata scarsa, scarsa e basta. Il calcetto va ripreso. E anche hydrobike, che è un toccasana e fa bene per tutto. E poi c’è la boxe: mi son bastate tre lezioni per innamorarmene. E il rugby, che non l’ho mai fatto ma mi ha sempre ispirata. E lo squash, che pare tanto una cosa da fighetti ma ti fa scaricare le tossine come poche altre cose al mondo. E il golf? E l’equitazione? E il kung fu? Adesso mi ci metto con calma e uno dopo l’altro li faccio tutti.

Anche sul tema lavoro avrei qualcosa da dire. A me quello che faccio piace proprio. È una fortuna pazzesca, e quindi devo approfittarne. Voglio lavorare tantissimo. Voglio fare solo correzione bozze di libri di cucina, che mi rilassano. Anzi, no: voglio fare solo cruciverba. Anzi, no: voglio fare solo la ghostwriter. Anzi, no: voglio fare solo libri per bambini. Anzi, no: voglio mollare tutto e aprire una biblioteca. Una libreria. Un chiosco di piadine in una grande città straniera, che lì le piadine non le hanno mai assaggiate ed è chiaro che appena ne mordono una se ne innamorano. Anzi, no: il chiosco lo apro su una spiaggia bellissima in un’isola bellissima di un paese bellissimo. Ma niente piadine: faccio solo caffè, birra e cocktail. I cocktail non li so fare, ma imparo in fretta. Segna: voglio imparare a fare i cocktail.

Voglio cucinare di più. Voglio aprire un libro di ricette al giorno, scegliere quella che più mi ispira e mettermi lì, piano piano, a eseguirla. Solo che hanno le dosi per quattro e io son da sola. O decido di mettermi a sfamare tutto il condominio, oppure non funziona. E se poi intossico qualcuno? Sai com’è permalosa la gente al giorno d’oggi.

Voglio viaggiare, viaggiare, viaggiare. Voglio andare negli States, fare il coast to coast, e poi su e giù da nord a sud. Voglio andare in Canada. Voglio andare in Cile. Voglio andare in Africa, dappertutto. Dite un posto qualsiasi dell’Africa? Ecco, ci voglio andare. E l’Australia? E Il Giappone? E l’India? Voglio andare a est: Polinesia, Indonesia, Micronesia, qualsiasi cosa che finisca per -esia (va bene anche la Valsesia anche se è a ovest). Voglio andare nell’est dell’Europa. Voglio andare in Russia, nella terra dei miei più amati scrittori, e sfoggiare il mio già nutrito vocabolario: dasvidania, perestrojka, vodka, tovarish, da da da.

A proposito di lingue: voglio imparare il tedesco. E lo spagnolo. E il francese. E poi voglio ripassare l’inglese. Vi prego: datemi in mano una grammatica italiana, di quelle che usavamo nei primi anni del Liceo, che voglio di nuovo studiare bene la mia lingua. E già che ci siamo datemi anche la Divina Commedia, che voglio rileggerla tutta, e la Bibbia, che lì dentro ci sono cose che noi umani non possiamo neanche immaginare. E tutti i libri sacri di tutte le religioni di tutto il mondo, che io non credo a niente se non nella potenza incredibile, esplosiva delle storie.
Mi sveglio alle sei, caffè, corsetta, doccia, Bibbia, lavoro (1 ricetta, 1 cruciverba, 1 capitolo della vita di qualcuno, 1 storia di Masha e Orso, 1 piadina, 1 cocktail), cinema pomeridiano, ancora sport a scelta, aperitivo, mezz’ora di corso di lingue, teatro, social, moldavi, alba. Ce la faccio. Se m’impegno, ce la faccio.

Ora che ho grossomodo capito quello che voglio fare, è importante che io decida dove. Un po’ di idee, in realtà, ce le avrei. Voglio tornare in Romagna, prendermi un bella casetta e passare lì serena i miei anni. Però voglio anche stare a Milano, prendermi un bel loft e buttarmi nella mischia. Però voglio anche andarmene in un posto lontano, diverso. Una grande città europea, tipo Berlino, per dire. O magari, meglio ancora, vado a vivere a New York. Non ci son mai stata, ma la gente dice che mi piacerebbe e io ci credo. Mollo tutto e vado a New York.
O in Grecia. La Grecia è la culla della mia civiltà, e poi c’è il mare. Ho deciso, vado in Grecia. Neanche lì ci son mai stata, ma son sicura che mi ci troverò bene. Mediterraneo è uno dei miei film preferiti. Vi manderò delle cartoline, ogni tanto. Venitemi a trovare.
Voglio vivere in un super attico nel centro di una grande città, con delle vetrate enormi su una piazza, o un parco. Voglio stare a casa la sera, bermi un bicchiere di vino in pace, guardare il brulichio della gente, sedermi sul divano e leggere un libro (così la mattina dopo sono a posto e devolvo l’ora guadagnata all’hydrobike, che tonifica).
Voglio andare a vivere in campagna con due cani, tre figli, quattro ciliegi, un laghetto. E voglio degli asini. A me piacciono troppo, gli asini. Credo possano diventare importanti per il mio lavoro (e la mia salute). Voglio tagliare il prato alla sera e poi innaffiarlo, coltivare mille piante, vangare che è terapeutico e per di più mi evita tutto il discorso palestra, fare un orto bellissimo.
Voglio andare a fare l’eremita sul cucuzzolo della montagna, tipo Rita Pavone (è una metafora, sia chiaro).
Voglio vivere in una barca a vela e ogni sera scendere, tutta vestita alla marinara, per andare a fare l’aperitivo nei luoghi più sciccosi della Costa Azzurra.

Chiariti il cosa e il dove, tocca occuparsi del resto. Quando, ovviamente, è subito. L’importante ora è il come.
Un’idea in realtà ce l’avrei: lentamente. L-E-N-T-A-M-E-N-T-E. Voglio diventare lenta e fare tutto con una calma esasperata. Voglio avere davanti a me ore e ore che non so come occupare, e ritrovare quella sensazione tanto bella e fertile che vivevo da bambina, negli infiniti pomeriggi estivi: la noia. Voglio annoiarmi tantissimo, perché è da lì che nascono le idee più belle – lo dice anche Fellini e io gli credo, perché i nostri cognomi hanno sei lettere in comune su sette. Credo molto anche a Cellini e a Bellini, anche se a quest’ultimo preferisco il Negroni. Fatto sta che la noia è essenziale.
Aspetta, però. Voglio fare tutto in fretta. Mica vivrò per sempre. Già ora mi cadono le tett… le palle, figurarsi fra qualche anno. Voglio fare tutto velocissimo, così poi mi avanza tempo per annoiarmi.

Ora. Già fin dalla scuola media m’hanno insegnato che uno che scrive deve rispondere alle cinque domande: cosa, come, dove, quando (e fin qui ci siamo) e perché.
Quest’ultima questione, al momento, mi sfugge. Ho pure letto e riletto tutto una cinquantina di volte, ma ancora non ho una chiara presa di posizione in merito.
Be’, vuol dire che aggiungerò, alla lista dei buoni propositi, la ricerca di uno o più perché. E se, nonostante tutta questa pappardella, non mi sono tanto chiarita le idee su cosa-come-dove-quando, esco da questa faccenda con una grossa certezza in mente: a qualsiasi latitudine io decida di vivere, di qualunque cosa io decida di occuparmi, arrivata ai 35 anni ritengo che una cosa fondamentale per migliorare la mia esistenza sia assoldare una donna delle pulizie. Non m’importa l’età, la provenienza e il sesso (la mia donna delle pulizie può anche essere un uomo, mica sono razzista), l’importante è che sia in regola con le tasse, che parli poco (a meno che non sia moldava) e che strofini bene ogni angolo della mia passata-presente-futura casa. Citofonare Manu ore pasti, astenersi perditempo.

Aspetta, però. Dicono che farsi le pulizie di casa da soli sia così terapeutico…

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La musa Trenitalia

Lo so, è passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto sul mio blog (il che è un eufemismo, trattandosi di più di un anno). Il punto è che, una volta usciti dal giro dei post, rientrarci è un casino. La parte più difficile è trovare l’ispirazione. Ogni tanto una qualche idea l’ho pure avuta, però poi finivo sempre per bloccarmi con la solita scusa: “Ma va’, non scrivi da 3 mesi e adesso te ne salti fuori con ‘sta cagata?”. Poi i mesi sono diventati 6, 9, 12… E ora finalmente ho deciso che è arrivato il momento di tornare all’attacco. Con una cagata. Come tutte le altre che ho scritto fino a questo momento, modestamente.

Questa volta, però, ho sentito una specie di vocazione. Una chiamata, anche se non proprio dall’alto. Sono convinta che tutti abbiamo bisogno di muse, qualsiasi cosa facciamo nella vita. L’ispirazione mica fa comodo solo a chi dipinge i quadri. Anzi, credo che serva molto di più a chi di mestiere pulisce i cessi, per dire.

Fatto sta che io di muse ne ho parecchie. Alcune, forse meno brillanti ma di gran lunga più affidabili, sono come degli operai a cottimo: le chiamo quando ne ho bisogno, solitamente per questioni di lavoro, e dopo qualche ora le mollo (dietro regolare pagamento, s’intende). Altre sono molto più potenti, ma anche volubili: arrivano quando vogliono, tirano su un casino pazzesco, mi fanno andare a sbattere contro i lampioni per strada, giocano a nascondino. Quella che m’ha parlato l’altro giorno è una via di mezzo tra le due categorie: non sempre si fa trovare, ma io so che, se mi impegno a cercarla, di sicuro la becco. È una delle mie preferite. È la musa Trenitalia.

Trenitalia è un’azienda fantastica, non fosse altro per il suo importante valore sociale: offre sempre degli interessanti spunti di conversazione. Già nei mesi scorsi, spostandomi in treno di quando in quando, avevo notato la comparsa di alcuni bizzarri cartelli, ma ero troppo distratta per interessarmene. Finché, un paio di settimane fa, ho fatto un viaggio più rilassato e ho potuto osservare con attenzione di cosa si trattasse. Ed è proprio a questo punto che ho sentito la chiamata.

Si tratta di una campagna per la sicurezza frutto della collaborazione fra le Ferrovie Italiane e la Polizia di Stato (e già qui mi verrebbe da dire molte cose, ma non le dirò), per sensibilizzare gli ignari viaggiatori sul pericolo di furti e altre marachelle compiute ai loro danni da malintenzionati brutti e cattivi. Ora, non per vantarmi, ma io tra tutti quelli che conosco sono la persona che ha subito più furti nella storia delle FFSS, quindi mi sento legittimata a esprimermi sull’argomento.

Ho avvistato i primi cartelli sulle colonne della stazione di Bologna. Li ho guardati per un po’, indecisa sul da farsi. Poi non ho più avuto dubbi: mi sono messa a fotografarli.

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Qui c’è un signore tutto blu, con una mascherina sugli occhi, che spinge un carrello anch’esso blu carico di valigie, mentre un tontolone nero con il borsello lo sta a guardare. Forse il tizio blu sta andando a una festa di Carnevale e i bagagli sono pieni di costumi. In effetti basterebbe mettergli un mantellino rosso per farlo assomigliare a Superman, o due stivaletti rossi per renderlo identico all’Uomo Ragno. Oppure è reduce da un raduno di bondagisti – e in tal caso non voglio sapere cosa si trovi nelle valigie, ma se non altro si spiega perché l’omino nero lo guardi con curiosità mista a riprovazione. O quasi.

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Il secondo cartello è, a mio parere, un vero e proprio capolavoro. Qui due lillipuziani di colore nero, con i loro bravi biglietti in mano, si apprestano a salire sul treno, mentre un energumeno blu viene bloccato con solerzia dalle forze dell’ordine. So che una tale presa di posizione mi costerà cara, ma voglio dire la mia lo stesso: ha ragione la polizia. Perché se io sono quel microbo nero e nel sedile di fianco al mio si piazza una montagna alta tre volte me, e per di più blu… non so, non credo di riuscire a viaggiare serena. Io non sono razzista, ma i giganti blu non li voglio in treno con me. Ecco, l’ho detto.

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Al terzo cartello mi accorgo che le Ferrovie Italiane e la Polizia di Stato sono convinte che chiunque indossi un borsello sia l’ultimo dei rincoglioniti. Pensiero in parte condivisibile, non lo nego. Qui il tontolone se ne sta fermo e immobile mentre un malintenzionato di colore rosso fruga allegramente fra i suoi averi. Pirla per pirla, per rendere la scena più credibile avrebbero potuto rappresentare la vittima con lo smartphone in mano, magari intenta a spremersi le meningi sul tema: come faccio a eliminare le spunte blu da WhatsApp? Che poi, a proposito di colori: io avevo capito che i blu erano i cattivi, ora salta fuori che possono essere anche rossi. Maledetti ladri, se le inventano proprio tutte per gabbare noi passeggeri!

Insomma, arrivata a questo punto ho deciso che dovevo saperne molto di più su questa faccenda del Security Warning di Trenitalia, e mi sono messa a fare accurate ricerche su internet. Che, come speravo, hanno dato i loro bei frutti…

security-warning

Trovo particolarmente interessante questa combinazione di immagini. Nella prima, il solito ladro rosso rovista nel borsello di un passeggero, tutto concentrato davanti a una biglietteria automatica Trenitalia – e qui mi sento di spezzare una lancia a favore del viaggiatore, che quelle macchinette infernali (chiamate dalle FFSS, con una buona dose di faccia tosta, “Fast Ticket”) manderebbero in confusione anche un premio Nobel e trasformerebbero Gandhi in un serial killer. “Buongiorno, appoggi sul monitor la sua CartaFreccia. Oh, è lei, Manuela! Che piacere ritrovarla. Questo è il suo saldo punti. Vuole un elenco delle sue mete più frequenti? O preferisce ripassare gli ultimi viaggi effettuati? Ah no, vuole solo comprare un biglietto. Prego, scelga pure la destinazione. A proposito, già che tira fuori il portafoglio, vorrebbe mica donare 2 euro a sticazzi? No, eh? Mamma, che braccino corto… Vabbè, ecco qua, può procedere al pagamento. Siamo spiacenti, questa biglietteria non accetta banconote. Ci dispiace, non riusciamo a leggere il suo bancomat. Ehm… no, è davvero imbarazzante, ma anche la sua carta di credito non funziona. Mica l’avrà trovata nell’uovo di Pasqua? Ma non si preoccupi, Manuela, noi di Trenitalia abbiamo la soluzione: può comodamente inserire 45 euro in monete. Faccia con calma, non si preoccupi, non ci sono 20 persone vocianti dietro di lei che la insultano e spintonano perché il loro treno è in partenza. Fatto? Benissimo, grazie per aver scelto di viaggiare con noi. Oh, a proposito… avevamo dimenticato di dirle che può prendersela comoda, il suo treno viaggia con circa 1275 minuti di ritardo per un guasto tecnico indipendente dalla responsabilità di Trenitalia. Si faccia due passi per Bologna, è tanto una bella giornata oggi… Arrivederci. Tante cose a lei e famiglia. A presto. Baci.” A questo punto, di solito ripenso a Un giorno di ordinaria follia e mi dico che, in fondo in fondo, Michael Douglas non aveva poi tutti i torti.

Attenzione alla svolta stilistica: nel secondo cartello, il passeggero è (ormai senza borsello, a questo punto hanno fatto in tempo a fregarglielo almeno 20 volte) davanti a un distributore automatico di snack e tenta di consolarsi, con le ultime monetine rimaste in tasca, ingollando zuccheri a più non posso. Purtroppo, però, non c’è pace tra gli ulivi. Ed ecco che arriva il solito malandrino, questa volta con una borsa carica di… branzini surgelati? Molotov? Calzini di spugna bianchi? Per quanto m’impegni, non riesco a capirlo.

Ma Trenitalia ne sa una più del diavolo e, per me e tutti gli altri pirla che non riescono a interpretare il significato intrinseco dei suoi utilissimi moniti, mette a disposizione un video semplice e istruttivo che spiega tutto alla perfezione e che, a mio avviso, almeno una nomination all’Oscar se la merita di diritto:

Bello è bello, c’è poco da dire. Ma alcuni attimi toccano vette mai raggiunte prima:

– 00’35”: Fai attenzione alle richieste di denaro da parte di estranei. Ora, io non sono tirchia, ma se pure la mia vicina di casa mi chiede 1000 euro, un po’ di attenzione la faccio (e non perché temo che suo marito sbuchi da dietro al muro per rubarmi la valigia).

– 00’45”: il ladro che scappa con la valigia e dice “Bye bye!”. Questo è il top. Immaginatelo detto da Servillo in un film di Sorrentino e capirete che la statuetta vien da sé. Tra l’altro, a occhio e croce, direi che anche la traduzione inglese dei testi del video è stata affidata a Sorrentino.

– 1’10”: se uno sta in mezzo al corridoio del treno a braccia alzate, fosse pure preda di una visione mistica, viene insultato dagli altri passeggeri nell’arco di 3 secondi perché sta ostruendo il passaggio. E se un ladro tenta di superare la fila per rubare il computer, viene quantomeno linciato dalla folla (non per il furto, ma perché vuole passare davanti a tutti).

– 1’30”: “No ticket? No parti!”. Vi prego, aiutatemi a scoprire chi ha scritto questa battuta, voglio dargli la mano. Aperta. In faccia.

Ora, io ho meditato a lungo sulla questione, perché provo un’innata simpatia verso gli sfigati e quindi, nonostante me ne abbiano fatte passare parecchie, anche verso le FFSS. Mi sono chiesta: “Possibile che questi, sempre dietro a piangere miseria, senza soldi, con i dipendenti in sciopero un giorno sì e uno no, le stazioni fatiscenti, i treni dei pendolari tutti scassati, riescano a trovare i fondi per far realizzare ‘sta puttanata”. “No. Non può essere possibile. Sarebbe un… una… una roba che non riesco neanche a dire, neanche a immaginare” mi sono risposta.

E quindi mi sono riscoperta complottista e ho partorito una mia teoria: i cartelli sono stati fatti non da Trenitalia, ma dai ladri. Così tu ti metti lì, ti perdi davanti a questi segnali astrusi, cerchi di capire cosa cazzo vogliano comunicarti, ti dimentichi del mondo circostante e trac!, il tizio blu o rosso o giallo arriva e ti fotte la valigia. Sì, dev’essere così. Per forza.

 

 

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Quanto manca a Natale?

La pianta che sopravvive più a lungo, a casa mia, è l’albero di Natale. Tutte le altre, persino le più resistenti, dopo qualche mese crollano, nonostante (o forse a causa di) le mie amorevoli attenzioni. L’albero di Natale, no: arriva verso fine novembre, massimo massimo inizio dicembre, e se ne sta lì beato almeno fino a maggio. E solo perché sono vittima delle convenzioni sociali: altrimenti me lo terrei pure in agosto.

La verità è che io adoro il Natale. So che sono in tanti a odiarlo, e con ragioni giustissime, non lo nego. Ma io in questo periodo impazzisco proprio. Fosse per me mi chiuderei in cucina a partire dal primo dicembre e mi metterei a sfornare torte e biscotti tutto il giorno, immersa in un’aria zuccherosa, fra tonnellate di burro, stendendo ogni genere di impasti: un misto tra Biancaneve che prepara la torta per i nani e la Sora Lella, roba che al mio confronto la Benedetta Parodi è una trasgressiva.

Mi piacerebbe anche passare tanti pomeriggi ai mercatini di Natale, con le bancarelle piene di ogni minchiata completamente inutile ma tanto carina, mangiando caldarroste e biscotti alla cannella e bevendo taniche di vin brulé (il che è bizzarro, perché a me i biscotti alla cannella non piacciono: l’ho già ammesso, il Natale mi rincoglionisce. O forse è il vin brulè, chissà). L’ideale sarebbe comprare tanti regali per i miei amici, i colleghi, i parenti, e meglio ancora sceglierli personalizzati, confezionarli a mano, passare ore e ore a mettere insieme qualcosa di tenero, che dica a chiare lettere al destinatario: “Ciao, sono il tuo regalo, mi ha fatto Manu appositamente per te”.

Vorrei starmene in giro ore, quando viene buio, per riempirmi gli occhi con la luce colorata delle luminarie delle case, delle strade, dei negozi. Ascolterei solo Jingle Bells, We wish you a merry Christmas, Last Christmas, Happy Christmas (quest’ultima meglio se cantata da un gruppo di bimbetti delle scuole o, al limite, da un coro di adulti: “uor is over if iu uont it, uor is over na-a-a-au“) e qualsiasi altra cosa che abbia Christmas nel titolo. Farei zapping compulsivo davanti alla tv per cercare le pubblicità natalizie, con alta probabilità di commozione per quella della Bistefani (“E chi sono io, babbo Natale?”) e l’immortale, trashissimo jingle anni Ottanta della Coca Cola – che oggi per di più acquista un notevole valore sociologico nel campo della storia del costume: come cazzo andavano in giro vestiti e pettinati a quei tempi?

Avessi una casa mia e un camino, lo terrei acceso 24 ore su 24 nelle lunghe notti di dicembre, e me ne starei tutta felice lì davanti a vedere il fuoco scoppiettare. (Sapendo quanto son tonta, forse è meglio che io non ce l’abbia. Manu + fiamme libere = catastrofe). Avessi una casa mia e tanto spazio, occuperei metà della metratura con un presepe di dimensioni colossali, con l’acqua vera che scorre nei torrenti, un esercito di pastorelli e pecore come se piovessero, muschio vero, neve finta e tante lucine a illuminare la via. Avessi una casa mia, tanti soldi e un giardino, tirerei su un baraccone di luci, pupazzi e chi più ne ha più ne metta, che al confronto quelle case americane super addobbate che si vedono nei film sono una cosetta sciapa. Tipo così:

Luci di Natale

Bene, questi sarebbero i miei sogni per il periodo natalizio. Ma devo ammettere che la realtà alle volte è un po’ diversa. Non voglio dire brutta, che già mi sento intrisa della stucchevole bontà tipica di questi giorni – dalla quale mi capita comunque spesso di sottrarmi, durante le simpatiche giornate lavorative dicembrine, per sgranare dei rosari che fan tremare le fondamenta della capanna di Betlemme, con rispetto parlando. Bella in un altro modo, mettiamola così.

Per esempio, i dolci. È vero che normalmente me la cavo, ma è vero anche che lo zelo con cui mi accingo ogni anno a stupire la mia famiglia (mi sono autoinsignita del titolo di “preparatrice ufficiale del dolce per il pranzo di Natale”, a cui peraltro nessuno dei miei aspirava particolarmente) mi porta, talvolta, a compiere imperdonabili errori. Per esempio, qualche anno fa ho preparato un bellissimo tronchetto di Natale, solo che devo avere sbagliato qualcosa con la glassa, per cui il rotolo di pan di Spagna risultava coperto da un blocco di cioccolato spesso, in alcuni punti, fino a 3 dita. Praticamente serviva lo scalpello per dividerlo a fette.

Quest’anno mi sono portata avanti e ho già passato un pomeriggio all’insegna del vin brulè – o Glühwein che dir si voglia. È successo a Berlino, settimana scorsa. Era il primo giorno del Weihnachtsmarkt di Alexanderplatz, e io ho trascorso alcune ore con il bicchiere in mano, felice come una bambina, mentre dai tetti degli stand scendeva una finta neve schiumosissima (che, con precisione teutonica, finiva per depositarsi dritta dritta sul vin brulè che io stavo bevendo). Mi sono proprio divertita. E non importa se da 10 giorni a questa parte ho un naso bordeaux come Rudolph, la renna di Babbo Natale. Non importa se ho fazzoletti di carta sparsi in ogni angolo della casa. Non importa se di quando in quando faccio starnuti che, se per caso finiscono sulla traiettoria del mio finto abete, lo trasformano in un salice piangente. Non importa se, fino a 5 minuti prima, mi ero bullata dei miei poderosi anticorpi romagnoli, i quali mi rendono immune da ogni malanno e a maggior ragione dai banali raffreddori (di solito). Per la magia del Natale, questo e altro.

Anche sui regali sono abbastanza pessima. Quando va bene me la cavo con un libro, rigorosamente comprato nel primo pomeriggio del 24 dicembre. Quando va male i miei regali di Natale arrivano per Pasqua. SE arrivano. Il sentimento c’è tutto comunque. E guardate che mettere amore in un non-regalo è molto più difficile che metterlo in un regalo. (Io la butto lì, magari qualcuno ci crede…).

Tradizionalmente, io il Natale lo passo in Romagna, con la mia famiglia. E lì, tra le tante tenerezze, ce n’è una a cui sono particolarmente legata: i Babbi Natale dell’Avis. L’Avis ad Alfonsine è una realtà solida e ben radicata, più attiva nella vita quotidiana di quanto non lo sia Murdoch nel mercato dei media. Tra le varie cose che fanno c’è quella di sfoderare il loro pulmino e andarsene in giro tutto dicembre travestiti da Babbo Natale, per portare i regali ai bambini i cui genitori, con una piccola offerta, ne facciano richiesta. Questa specie di camioncino ha degli altoparlanti che trasmettono in continuazione la canzoncina “Piva, Piva”, solo che la registrazione dev’essere ormai più vecchia di me e dà qualche piccolo problema di audio. Gracchia proprio. Per me è una specie di dolcissima melodia, ma mi rendo conto che come scena non stonerebbe in un film horror.

Un anno ho chiamato anche io i Babbi Natale dell’Avis. È successo parecchio tempo fa, volevo fare una sorpresa a mia sorella e vedere più da vicino la situazione (diciamo che in varie occasioni l’avere una sorella più piccola m’ha permesso di togliermi degli sfizi che, a me grande, sarebbero stati preclusi: questa è una di quelle). Il Babbo Natale che è sceso dal pulmino era una donna. Aveva un bel costume rosso, la barba (finta) e i baffi (veri). Mia sorella era felicissima. E di certo, dico io, non sarà un po’ di peluria superflua a rovinare la poesia.

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Moderno ma non troppo

Il nuoto, come tanti altri sport individuali, stimola le riflessioni sulla vita, l’universo e tutto. Mentre te ne stai lì solo soletto nella tua corsia, intento a contare bracciate e respiri, la parte più meditativa della tua mente si mette in moto e ti spinge ad addentrarti nelle profondità dei tuoi pensieri, ragionare sulle tue scelte di vita, interrogarti sul tuo futuro. Per esempio, io quando nuoto ho un pensiero fisso: “Ma non è che ‘sto maledetto cloro mi rovina i capelli?”. Se non è filosofia questa…

Ed è per questo che spesso, anche all’uscita dalla piscina, l’animo resta cogitabondo. Così l’altro giorno, mentre fumavo una sigaretta e mi bullavo delle mie performance natatorie con la mia amica Cri, peraltro molto più brava di me, m’è caduto l’occhio su una vetrina proprio dall’altro lato della strada. C’era una tristissima tendina rossa con una scritta in bianco che, altrettanto mestamente, recitava: CIARFEO PARRUCCHIERI.

Ciarfeo

Ora. Io sono della convinta opinione che ognuno nella sua vita possa (e debba) fare ciò che vuole. Però non puoi – non puoi – fare il parrucchiere a Milano, a due passi da Porta Venezia, e chiamare il tuo negozio CIARFEO PARRUCCHIERI. È vietato proprio. Alla povera Cri, come al solito, è toccato raccogliere il mio disappunto. «Ma dico io, scegli un altro nome, no? Chiamati “Parrucchieri Paradiso”, “Parrucchieri 2000”, “Parrucchieri Moderno”, ma Ciarfeo no». «Che poi», ha commentato lei, «quando una cosa si chiama “Moderno” vuol proprio dire che è vecchissima…».

Pausa. Lì per lì, a sentire quella magica parola, tutto intorno a me è sparito: la piscina, Ciarfeo e anche la Cri. Sono stata catapultata indietro di mille anni – no vabbè, un po’ meno, facciamo 20-25. Siamo all’inizio degli anni Novanta e Moderno è il classico nome di una ben precisa categoria di cinema: quelli che falliscono e sono costretti a chiudere, un po’ tipo Nuovo Cinema Paradiso. Insieme agli Splendor, agli Aurora, ai Fulgor, agli Arena 2000. Io ho 10 anni, una graziellina color blu elettrico e una passione sconfinata per i videogiochi. All’epoca, ad Alfonsine, le agognate macchinette erano in 2-3 bar. Tra questi, il mio preferito si chiamava appunto Moderno. Lo prediligevo per varie ragioni.

Primo, le partite al Bar Moderno costavano sempre e comunque 200 lire. Negli altri bar già si passava ai gettoni, che a me non sono mai piaciuti. Perché costavano di più, ben 300 lire, e perché mi sembravano quasi contronatura: dovevi andare dai tipi dietro il bancone, dare i tuoi soldini e prendere, in cambio, quei dischetti freddi, con un taglio nel mezzo, grigi, impersonali. I gettoni erano un segno, violento, che i tempi stavano cambiando. Ma al Moderno no: arrivavi con la monetina, la infilavi e giocavi, senza chiedere niente a nessuno. Molto più gratificante, oltre che economico.

Secondo, era il classico bar da vecchi. Quando penso al Bar Sport di Benni, con la Luisona e tutto quanto, mi viene in mente il Bar Moderno di Alfonsine. Tavoli pieni di nonnini che giocavano a carte; bevevano caffè o vino; risolvevano – a parole – complicate questioni di politica, economia, società, sport; tagliavano i panni addosso a tutto il paese. In poche parole, non badavano a me. Per di più, non c’erano altri bambini intorno, e la cosa aveva i suoi bei lati positivi: il più importante era che, durante le mie preziose partite (ne facevo 5 alla settimana, una di fila all’altra, sempre il venerdì quando la mamma mi dava la paghetta), non c’era nessuno alle mie spalle a commentare e/o criticare le mie azioni. Eravamo solo io e il videogioco, e a me sembrava di entrare anche fisicamente in una dimensione diversa. Io sola diventavo protagonista di una nuova storia, godevo delle vittorie e mi rammaricavo delle sconfitte: ci rimuginavo tutta la settimana, studiavo nuove strategie, soppesavo i miei errori e mi incitavo a fare di meglio. Ero serissima.

Terzo: il videogioco. Anzi, quello che per me è stato IL videogioco. Al Bar Moderno avevano il mio preferitissimo: Street Fighter 2. Io c’andavo pazza. Prendevo spesso Chun-Li, una sciacquetta giapponese che francamente mi stava pure sulle palle, ma mi sembrava una vera sfida quella di affrontare, uno alla volta, un branco di uomini violenti e muscolosi utilizzando l’unica donna a disposizione. Forse a 11 anni, oltre che serissima, ero pure femminista. Fatto sta che quando arrivavo alla fine e battevo l’ultimo cattivo (gli avversari si chiamavano tutti così, “i cattivi”) con Chun-Li, mi sentivo veramente figa. Usavo anche Ryu, che aveva la faccia da bravo ragazzo e per questo mi piaceva un casino. Ken, che era uguale a Ryu ma in versione Enzo Paolo Turci, con parruccone biondo e costume rosso. Guile, che non mi piaceva granché ma lo sapevo usare benino. Avevo invece dei problemi con Blanka, che però aveva una storia tristissima (tipo abbandonato nella giungla da piccolo e diventato una specie di mostro radioattivo), e Dhalsim, l’indiano che si allungava alla Tiramolla. Honda, il ciccione giapponese, non lo sopportavo. Per Zangief, invece, nutrivo un profondo rispetto: per una qualche oscura ragione, m’ha sempre ricordato mio babbo (che, per la cronaca, è grande e grosso e tanto più mi appariva tale 20 anni fa, ma è sempre stato buono come il pane. Niente ceffoni, per capirci).

   street-fighter-2-20.jpg

Quarto motivo: al Bar Moderno vedevo sempre uno dei personaggi più belli che mi sia mai capitato di incontrare nella mia vita. Un tizio piccolo, magrolino, dai capelli scuri, direi cinquanta-sessant’anni. Fisicamente non aveva nulla di particolare, ma io mi incantavo a guardarlo, c’avrei passato le ore. Si metteva al tavolino, solo soletto, con fogli bianchi e pennarelli neri. Disegnava cerchi, alcuni vuoti e altri colorati di nero, spicchi, semicerchi, orientati in diverse direzioni. Poi piegava i fogli, li imbustava e li spediva. Alla Luna. Lui scriveva tutti i giorni alla Luna. Non è la cosa più bella del mondo? Era felliniano, in toto.

Ogni tanto lo incontravo in cartoleria. Aspettavo che uscisse, poi andavo dal proprietario e gli dicevo: «Ma lui cosa fa?». «Scrive alla Luna». «Come, alla Luna?». «Eh…», rispondeva, e con lo sguardo e i gesti mi faceva capire che, povero, era un po’ pazzo. Lo incontravo anche in tabaccheria, quando andavo a comprare le sigarette per mia mamma. Lì prendeva le buste ma non i francobolli, perché anche questo è il bello di comunicare con la Luna, che non ti devi preoccupare delle Poste Italiane. Non ho idea di cosa le scrivesse. Immagino cose importanti e poetiche. Mica puoi dire alla Luna che mentre andavi in bici hai forato. Sai cosa gliene frega, a Lei. Con tutte le robe che vede ogni notte.

C’è poi un ultimo motivo – un corollario, direi – per cui sono così legata al Bar Moderno: che non esiste più. È stato soppiantato da una banca anni fa, proprio quando ero all’apice dell’amore nei suoi confronti. E quindi è finito in quell’angolo di tenerezza della mia memoria dove convive con la latteria della Flora, che mi faceva sedere su uno sgabellino bianco e mi regalava sempre le Galatine; il banco del pesce del mercato coperto, con i gamberoni e i polipi; il Gelatiere dietro casa mia e il suo gelato al gusto frutto della passione che, buono così, mai più; la bancarella di animali vivi del mercato del lunedì, con i conigli, i pulcini e le tartarughe. E tante, tante altre robe che mi son rimaste dentro. E, se ci penso, un po’ mi commuovo ancora.

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La mia collezione di due di picche

Confesso: sono una tontolona. È fin troppo facile farmela sotto il naso. Alcuni potrebbero dire “cogliona”, io in linea di massima preferisco “ingenua”: mi piace di più il suono della parola, mettiamola così. Sta di fatto che credo a tutto, o se non altro posso impegnarmi a farlo. Larghissime vedute, forse anche per via della mia proverbiale miopia: tra non vedere un cazzo e vedere tutto il passo è molto più breve di quanto possa sembrare. L’unica cosa che non sono disposta a credere è che al mondo esista qualcuno che non ha mai mai mai dato né ricevuto un due di picche. Impossibile, matematicamente impossibile.

Due_di_piccheIl due di picche, in molti giochi, è una carta bastardissima. Non vale niente, ma se te la trovi contro ti rovina la vita. Una inutile buccia di banana per cui nessuno sarebbe disposto a sganciare neppure 10 centesimi, ma se presa nel modo sbagliato può tranquillamente portare a una qualche settimana di prognosi riservata. Figuriamoci se viene tirata in ballo in quel campo minato che sono le relazioni umane. Un disastro.

Quando sentite qualcuno pronunciare le frasi: «Ma no, in effetti anche per me non era importante», «Hai ragione, anche io preferisco stare a casa stasera», «Per fortuna non è stata con me, altrimenti a quest’ora chissà come sarei ridotto», guardatelo da dietro: quasi sicuramente ha un due di picche conficcato nella schiena, proprio sotto la scapola sinistra. Les jeux sont faits, rien ne va plus, c’est la vie. E sticazzi.

Io studio l’argomento – per puri fini scientifico-divulgativi, sia chiaro – da parecchi anni, e devo dire che la sorte con me è stata benigna: di due di picche ne ho dati ma soprattutto presi parecchi. Tralasciando quelli più banali («Ti lascio perché ti amo troppo», «Preferisco che restiamo amici», «Sei fantastica e io non ti merito»), frutto di un’evidente carenza di fantasia che, quando tocca certi livelli, a mio avviso dovrebbe essere perseguibile per legge, mi permetto di stilare la mia personalissima classifica. Ce ne sono di miei, di amici e di gente dietro cui spasimavo ma che, come si suol dire, m’ha rimbalzata. Ma io mica me la prendo. No no. Io capisco e supero. Una bella risata e passa tutto. In fondo, meglio così. Ma ora bando alle ciance e andiamo avanti, anche perché sento un qualcosa di fastidioso che mi punge la schiena…

7. «Vieni a fare un aperitivo con noi stasera?» «Non posso: mi aspettano a casa per insegnarmi a fare la mozzarella in carrozza». Che poi io neanche la digerisco, la mozzarella in carrozza. E comunque non ho ancora imparato a farla.

6. «Ti va di uscire con noi domani?» «Mannaggia, non ce la faccio: vado a vedere il filmato del record mondiale di apnea». Io lì per lì l’avevo presa bene, mi sembrava un impegno serio. Il record mondiale di apnea, mica cazzi. Poi l’ho confessato a un’amica. Questa è scoppiata a ridere e, quando s’è riavuta, ha commentato: «Ma babba, t’ha presa per il culo, dai! Il record mondiale di apnea quanto durerà secondo te? Mai più di 10 minuti!». Minchia. È vero.

5. «Ti prego, fermati a cena da me stasera» «No, devo andare a casa a finire di scrivere un album di figurine». Scrivere. Vuol dire che è una roba seria, di lavoro. Fosse stato “devo andare a casa ad attaccare le figurine all’album”, a 30 e passa anni, allora sì che ci si poteva incazzare. Ma così no, bisogna star zitti, fare la faccia ammirata e basta.

4. «Venite alla mia festa di compleanno? Posto bellissimo, un sacco di gente, musica, c’è da bere… Dai che ci divertiamo!» «Eh no, non possiamo: quella sera c’è la tombolata di Natale». A onor del vero devo riconoscere che poi invece sono venute. Dopo la tombolata. Massimo rispetto.

3. «Esci con me domani sera?» «Scusa, ho troppa confusione in testa, non riesco a risponderti ora. Posso farlo dopo la meditazione di questa sera?». Salvo poi sparire dalla circolazione per tre settimane tre. Io non m’intendo tanto di discipline orientali, ma mica pensavo che fossero una roba così approfondita, le meditazioni.

2. «Oggi pomeriggio ho la casa libera, vuoi venire da me?» «Mi piacerebbe ma non posso, devo tornare a casa mia per preparare una torta al cioccolato». La vera finezza però è stata passare da casa mia (sotto e non dentro, per la cronaca) il giorno successivo, per portarmi un assaggio di torta al cioccolato. Credo fosse pure buona, ma non posso garantirlo: la mia memoria ha optato, a questo punto, per un sereno blackout.

1. «Pensavo, visto che devi venire a Milano… non è che vuoi stare da me? Offro un sacco di spazio, cucina ottima, beveraggi e altro. Che ne dici?» «Ciaoooooo :)». Proprio così. “Ciaoooooo :)” e basta. Hai vinto.

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